Un caso peculiare di stalking

Sara Calleja
Il delitto di atti persecutori, ovvero stalking deriva dal verbo to stalk, e si traduce versosimilmente (non è facile una traduzione) in: il fare la posta, inseguire, braccare e, in senso più lato, disturbare, assillare, perseguitare. 

Tale reato è stato introdotto dalla L. 23.4.2009, n. 38, che ha inserito nel codice penale l'art. 612 bis, poi aggiornato con la L. 15.10.2013, n. 119. 

 Occorre rilevare che tale ipotesi delittuosa sanziona chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero da provocare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. 

Spesso i persecutori hanno un'organizzazione di personalità borderline, caratterizzata da instabilità delle relazioni interpersonali, dell'immagine di sé e dello sviluppo degli affetti, frequentemente accompagnata da una marcata impulsività. Secondo gli studi della Sezione Atti persecutori del Reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri, gli stalker potrebbero inquadrarsi secondo stretti, pragmatici fini di polizia, in cinque tipologie: il "risentito", caratterizzato da rancori per traumi affettivi ricevuti da altri a suo avviso ingiustamente, ad esempio l'ex partner; il "bisognoso d'affetto", desideroso di convertire la relazione sentimentale in un ordinario rapporto della quotidianità; il "corteggiatore incompetente", che opera stalking in genere di breve durata, risulta opprimente e invadente principalmente per "ignoranza" delle modalità relazionali; il "respinto", rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler pure vendicarsi dell'affronto costituito dal rifiuto; il "predatore", il cui obiettivo è di natura essenzialmente sessuale.

Tuttavia, tali tipologie non sono esaustive, come nel caso che andremo brevemente ad esaminare.

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