L'amore malato

"Due persone sole" -  Edvard Munch
Le ginocchia di Maria cedevano, pesanti come due macigni, mentre percorreva la scalinata, un vuoto allo stomaco la invadeva, inebetita arrivava finalmente, come avesse dovuto scalare l'Everest, sulla soglia della porta grigia, semichiusa della Procura. 

La stavano aspettando, si, un bel sorriso l'accoglieva, la invitavano ad accomodarsi sulla quella sedia  della tortura. Ecco, mentre le chiedevano della sua vita, bla bla bla bla bla...proferiva parole che uscivano da sole, mentre il pensiero si spingeva oltre la soglia del "dire", per annegare nell'immediato passato: lì c'era il suo aguzzino, suo marito, l'uomo che amava, che l'aveva ridotta così, senza fiato. Lo aveva amato tanto, che lui l'aveva posseduta come un demonio, tanto che, una volta rapitole la dignità del corpo e dell'anima, voleva colpirla per l'ultima, definitiva volta. Maria sarebbe stata sua per sempre,digrignava lui, inesorabilmente.

Lei ricordava il corpo dell'uomo che aveva amato, amore malato, che quando aveva voglia la prostituiva, si lanciava sopra di lei, quasi fosse un Tir di centinaia di tonnellate, anziché di ottanta chili, soffocante, asfissiante, impossibile divincolarsi da lui, con quei baci che lasciavano lividi, ferite ancora aperte che le tappavano la bocca, il respiro. E poi sprofondava soddisfatto nelle sue carni per averla annichilita, per l'ennesima volta, nell'umiliazione di quel sesso che sembrava una sferza di coltellate. E poi finiva...puliva la bocca, e le sibilava che era sua, con turpiloquio successivo, che lei conosceva bene anche nella sequenza...e che ormai scivolava nelle orecchie e ne usciva come da un sordo.

Tutto era avvolto nella nebbia, mentre Maria rispondeva alle domande che le avevano poste, seduta sulla stessa sedia, che ora le sembrava il posto più sicuro del mondo.

Il pensiero andava alle volte in cui lei mangiava assieme al suo aguzzino, la cucina non andava mai bene, e spesso volavano le  sue cucchiaiate di cibo bollente nella scollatura di lei, accompagnate da un solenne ceffone, e si," il pranzo non sapeva di niente, urlava lui".

Nulla, secondo lui, sapeva di niente, tutto per lui era sbagliato, e quindi, botte, insulti, improperi, si sprecavano, si, sprecati, perché ormai Maria ne aveva ricevuti talmente tanti che le avevano già rubato il corpo e la mente, e tentavano, ancora insoddisfatte, di rapirle anche l'anima.

Maria si chiedeva perché non avesse reagito prima, era arrabbiata e delusa di se stessa perché non aveva saputo, potuto fermarlo, bloccare quella violenza inaudita che presto, se non fosse stata su quella sedia, l'avrebbe ammazzata. In realtà lui l'aveva già fatto, lei si odiava per questo, aveva accettato che lui la riducesse a brandelli. Un urlo disumano si espandeva dalle sue viscere e ne usciva soffocato, come la disperazione di chi si dimena e urla sott'acqua mentre sta annegando.

Ora però l'anima sua, le ultime forze, riuscivano a dibattersi nel sangue di quelle ferite, nei lividi di quel corpo martoriato per aver amato ed essere stata posseduta troppo e male.

Ecco, quei colloqui in Procura erano finiti, per il momento, cosa avevano scritto? A si, tutto, era tutto o quasi, tutto spaventosamente corretto.

Alla soglia della porta grigia la stavano aspettando per curarla nel corpo e nell'anima. Finalmente, Maria, non sei più sola.

This entry was posted on and is filed under ,,,,,,,. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response.

Leave a Reply