Allontanamento dal tetto coniugale

"L'artista e la sua modella"  Munch
Nel nostro ordinamento giuridico, il sistema dei diritti fondamentali trova il proprio riconoscimento nell’art. 2 della Costituzione il quale recita: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

Tale articolo rappresenta la garanzia del primato della persona rispetto allo Stato, la consapevolezza che ogni essere umano abbia diritti innati, quindi inviolabili, inalienabili e imprescrittibili, che preesistono alla legge scritta e che attengono al diritto dell’uomo di alzarsi in piedi per recriminare i propri diritti responsabilizzandosi a favore della tutela e del rispetto della libertà dell’altro che si è incontrato/scontrato con la sua libertà (la libertà di un soggetto implica obblighi da parte dell’altro e viceversa) e che la Repubblica si impegna a salvaguardare.

Alcune categorie di diritti che impongono tale rispetto e tale responsabilità sono state tipizzate nella Costituzione, altri no senza che ciò tuttavia significhi che non abbiano rilievo costituzionale; infatti i valori della persona insiti all’art. 2 Cost. non hanno soltanto una funzione di garanzia ma anche di sviluppo degli stessi, tanto che lo stato democratico, apre l’ordinamento ad altri valori non richiamati espressamente dalla costituzione trovando sostegno e al contempo un limite nella costituzione materiale e nelle forze politiche, sociali e culturali che la determinano.


Tra i valori non espressamente menzionati, si rinviene il “diritto all’autodeterminazione”. Tale diritto appare principio fondante della recentissima sentenza della Cassazione Civile n. 2183/2013 che involve aspetti importanti della tutela dei diritti dell’individuo, membro della famiglia, rispetto alla comunità familiare stessa, e rappresenta un passaggio fondamentale rispetto alla giurisprudenza precedente che, invece, tutelava in maniera pregnante la “comunità familiare” fin tanto che non vi fosse un passaggio successivo ufficiale nel quale uno dei due coniugi ricorresse in giudizio per porre fine al rapporto matrimoniale sancendo il termine dell’affectio coniugalis.

La recente giurisprudenza ha elevato l’aspirazione ad una totale preservazione dell’identità individuale, espressione assoluta della volontà del singolo (nel caso di specie, del coniuge), da pretesa ad autodeterminazione, tanto che la Cassazione citata per ultima, si è espressa nel senso di escludere l’addebito della separazione al coniuge che abbia abbandonato la casa familiare per la convivenza divenuta intollerabile laddove, in tal caso, il disimpegnarsi dall’unione costituisce un diritto costituzionalmente garantito e non può essere fonte di riprovazione giuridica, specialmente laddove detta decisione risulti adottata da persona in età matura all’esito di una lunga coabitazione non felice, mentre solitamente l’avanzare dell’età tenderebbe ad avvicinare i coniugi con il crescere delle necessità di assistenza reciproca, morale e materiale.

L’insofferenza legata alla scelta e alla determinazione dell’incipit: “vado via” ha condotto i miei pensieri a Pablo neruda, che per il suo afflato nostalgico, lo sento tanto vicino alle numerose coppie che non vivono, né muoiono ma sono sospese nel limbo della tristezza che le avvolge e che le lascia sospese tanto su una possibile scelta sia orientata ad una ri-strutturazione, rielaborazione del legame di coppia, tanto alla scelta di separarsi…

A proposito dell’allontanamento, dicevo, il nostro poeta, nel Tango del Vedovo, poetava sulla donna che perse e che lo perse perché “nel suo sangue crepitava senza tregua il vulcano della collera. Com’è grande la notte, com’è sola la Terra!”[…]”avrebbe finito per uccidermi” rivelava Pablo in Confieso que he vivido, […] ”Per fortuna ricevetti la comunicazione ufficiale del mio trasferimento a Ceylon. Preparai il viaggio in segreto e un giorno, abbandonando indumenti e libri, uscii di casa come al solito e salii sulla nave che mi avrebbe portato lontano. Lasciavo Josie Bliss, quella sorta di pantera birmana, nel più grande dolore.” 

Amore e odio si dispiegano in un unico Tango. Odio e paura di perdere la vita, quella fisica, quando la violenza raggiunge livelli parossistici, paura di perdere la propria autodeterminazione, il proprio diritto alla identità personale, offeso da una relazione soffocante. 

L’ultima giurisprudenza si fa portavoce della volontà dell’uomo, della sua capacità di autodeterminarsi, e, soprattutto nella fiducia e non ingerenza dello Stato nella identificazione e valutazione delle scelte dell’individuo nella comunità familiare che è lasciato libero di prendere le sue decisioni presuntivamente responsabili e motivate senza il fardello di un sistema “punitivo” che lo etero-determini, contro la sua volontà. Nel caso di specie (aggiungo: finalmente), la moglie ha il diritto di allontanarsi dal tetto coniugale in quanto è presuntivo il fatto che ella si sia autodeterminata a tale decisione per una intollerabilità della convivenza che, al, contrario, dati i tanti anni di convivenza familiare, avrebbe dovuto portare ad una maggiore affectio coniugalis.

 Ecco che l’identità dell’individuo si configura nella famiglia ma al contempo ne supera la configurazione: non è più soltanto la famiglia che recrimina i propri diritti nei confronti dello stato ma è l’individuo che si fa portatore di diritti innati, che preesistono alla famiglia e che ne richiamano il riconoscimento e la tutela costituzionale.

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